
La parola ballottaggio è spesso al centro del dibattito politico, legata a ipotesi di riforma della legge elettorale. Siamo abituati a sentirla durante le elezioni comunali e sappiamo bene cosa indica: quando nessun candidato ottiene il risultato necessario al primo turno, i più votati possono affrontarsi in una seconda votazione. Ma il nome di questo meccanismo custodisce una storia molto meno nota. Dentro la parola “ballottaggio” c'è infatti una piccola palla.
Per ritrovarla bisogna tornare a sistemi di voto molto precedenti alle schede elettorali che conosciamo oggi. Ballottaggio è legato a ballotta, voce usata per indicare una pallina impiegata nelle votazioni. La famiglia di parole è quella di balla e palla: dietro un termine che oggi associamo immediatamente a candidati, percentuali e strategie politiche si nasconde dunque un oggetto semplice, che poteva essere tenuto tra le dita.
L'origine diventa più chiara pensando alle antiche procedure di voto nelle quali la volontà dei partecipanti non veniva espressa tracciando un segno su una scheda, ma attraverso piccoli oggetti. Palline, anche di colore diverso, potevano essere utilizzate per manifestare una scelta favorevole o contraria. “Ballottare” significava quindi votare servendosi delle ballotte, e da questa pratica concreta si è sviluppato il termine che sarebbe sopravvissuto anche quando quelle palline erano ormai scomparse dalle urne.
La storia è particolarmente interessante perché mostra uno dei meccanismi più affascinanti della lingua: gli oggetti possono scomparire, mentre le parole nate attorno a essi continuano a vivere. Oggi nessuno immagina una pallina quando sente annunciare un ballottaggio elettorale. Il collegamento originario si è quasi completamente oscurato e il termine viene percepito come appartenente al lessico tecnico della politica.
Anche il significato, nel tempo, si è precisato. Nell'italiano contemporaneo il ballottaggio è soprattutto una votazione successiva alla prima, necessaria quando occorre scegliere tra i candidati rimasti in gara perché non si è raggiunto subito il risultato previsto dalle regole. È il motivo per cui l'espressione più familiare è probabilmente andare al ballottaggio: non indica semplicemente il fatto di votare ancora, ma evoca uno scontro conclusivo tra alternative che la prima consultazione non è riuscita a separare definitivamente.
Da qui la parola ha trovato spazio anche fuori dalla politica. Possiamo parlare, per esempio, di due nomi rimasti “in ballottaggio” per un incarico o persino di due possibilità tra le quali non è stata ancora compiuta la scelta finale. Il ballottaggio è così diventato anche una piccola metafora dell'indecisione: due alternative hanno superato una prima selezione, ma serve ancora qualcosa per stabilire quale prevarrà.
È curioso che una parola usata ancora oggi nelle discussioni sulla legge elettorale porti con sé una traccia così materiale del passato. La politica cambia sistemi di voto, formule e regole; la lingua, invece, conserva spesso ciò che quei cambiamenti hanno cancellato.
E così, ogni volta che diciamo che due candidati sono arrivati al ballottaggio, continuiamo inconsapevolmente a far rotolare nella lingua quelle antiche, piccole ballotte.
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